Tutti i raggi d'Islanda
Iceland

Il diario di un incauto viaggio in bicicletta, percorrendo 1900 km in sella e tenda, fra fiordi, deserti, geyser, ghiacciai, inseguendo un'idea nata per caso, e alimentata in maniera piuttosto sconsiderata dal sottoscritto. Senza nessun allenamento o conoscenza tecnica, inizierò a pedalare, cercando con foto e parole di raccontarvi una 'nticchia della terra che calpesterò.

Seguimi su Facebook:

Canale Youtube

Ricerca
Viaggio

A Nord si va in salita – troppa Islanda tutta insieme (pt.2)

By on novembre 22, 2017

Oggi assomiglia terribilmente al giorno precedente, almeno fino a quando non giungo a un bivio.Il bivio Olio il cervello e inizio a pensare. Due possibilità:

  • Pedalare con calma sino al lago Mývatn (Una sorta di oasi nell’aspro territorio Islandese)
  • Proseguire a Nord, lungo la peggior sterrata d’Islanda, allungando di  quasi 200 km, con la prospettiva di diventare un polaretto  a pedali.

Devo ammettere che non è stato per nulla facile, forse devo ringraziare la pioggia per avermi fatto scegliere abbastanza in fretta. Ovviamente, si va per la sterrata, e ovviamente, ho le mie buone ragioni, ma preferisco non anticipare nulla.

Di lì a poco mi pento della mia scelta, il tempo è un disastro e faccio una fatica tremenda. Mi sento un po’ come un tennista contro un muro: per quanto ce la metta tutta, mi sembra di essere ricacciato indietro ad ogni pedalata. In più, non vedo a un palmo di naso. A metà strada, sento il rombo del primo motivo per cui ho deciso volontariamente di surgelarmi: Lei è Dettifoss, la maggiore cascata d’Europa.

 

 

Il suo getto è talmente potente da erodere, ogni anno, parte della roccia su cui si infrange il muro d’acqua. È la prima delle tre sorelle del fiume Jökulsá (le altre, altrettanto magnifiche, sono Selfoss ed Hafragilsfoss). Con cautela, mi avvicino  il più possibile. Grazie alla pioggia battente e alla cascata, l’acqua mi arriva indistintamente da tutte le parti, ma nonostante tutto è bello rimanere qui per un po’. Questa sosta mi costerà cara, più tardi.

Io potrò anche sembrare un po’ improvvisato, ma mantengo un profondo affetto nei confronti della mia pellaccia. Per questo, prima di partire ho scelto con cura l’attrezzatura, e ho svolto i più avveniristici fantasiosi test, in modo da essere il più impermeabile possibile. Eppure, non so come, durante la sosta a Dettifoss l’acqua era filtrata attraverso guanti e scarponi, inzuppandomi mani e piedini. Per i piedi non è poi un gran problema, dopo tanto tempo lavorano in automatico. Per le mani diventa impossibile, con il freddo e il vento perdo quasi del tutto la sensibilità, e l’arrivo è tutt’altro che vicino. A un certo punto faccio l’unica cosa sensata: nonostante gli 0 gradi, mi tolgo i guanti inzuppati: la situazione migliora un pochino, posso di nuovo muovere un poco le dita.

In questo preciso momento, il vento contrario sembra urlarmi in faccia “quanto sei scemo”, e non mi sento affatto di contraddirlo.

Proseguo tra fango, sassi ed elfi, e rimugino un po’ sulla mia situazione: mi trovo in una terra unica, per gran parte incontaminata, senza uno scopo preciso, percorrendo una strada che ho solo immaginato per molto, molto tempo. È vero, in fin dei conti, la realtà non è mai troppo diversa da come ce la si può figurare, ma le esperienze che sto vivendo, trasformano un po’ terreni e paesaggi. Ogni posto si lega a qualcosa, alle sensazioni provate al momento di vederlo, alle persone conosciute in quella giornata, al pensiero (boh?) del giorno dopo, a suoni, colori che almeno per me, rendono un luogo speciale, unico. Quella strada mi ricorderà per sempre i momenti più duri dell’Islanda, ma anche come quel giorno ho fatto a pugni con tutte le vocine che mi dicevano di fermarmi. Anche perché, parliamoci chiaro, non è che ci fosse altro da poter fare…

Finisco di pedalare alle due di notte, ma sono incredibilmente in pari sulla “tabella” di marcia. Psicologicamente, sono a pezzi.

Si sa, come in tutte le storie che si rispettino, quando uno si trova nei pasticci fino al collo, di punto in bianco ne esce fuori alla grande. Difatti, il giorno dopo, sono uscito fuori dalla tenda sotto un inaspettato, benedetto sole tiepido che mi ha di nuovo riempito di entusiasmo, oltre a farmi apprezzare uno dei posti più magici d’Islanda: il canyon di  Ásbyrgi.

(unica foto presa dal web, motivi tecnici)

Si tratta di un glorioso canyon ospitante una foresta di betulle, talmente maestoso da ispirare un mucchio di leggende, fiabe, o storie strane nella popolazione islandese. Per esempio, tutti sanno che le rocce circondanti la foresta sono in realtà le facce di degli elfi burloni, rei di aver provocato un mago un po’ permaloso. O ancora, che la sua splendida forma a ferru di cavallu sia dovuta all’impronta di Sleipnir, destrieru del dio Odinu (chi borbotta per la pronuncia, si faccia un tour dei Castelli Romani).

Lascio per un po’ anche u miu cavallu, e mi addentro nella foresta, al cui centro sorge una enorme roccia, Eyja (isola), così battezzata per ovvie ragioni.

Di nuovo in sella, arrivo finalmente al motivo, forse il più grande, che mi aveva spinto sempre più a Nord: Húsavík, il paese delle balene.

In questo piccolo centro, turisti e fotografi si catapultano in ogni periodo dell’anno, sperando di immortalare uno di quei placidi pescioni che popolano i mari.

Il mare è un po’ in subbuglio, ma dopo tanta strada, scelgo comunque di salire su una barchetta, sperando nella fortuna e nella benevolenza di qualche cicciocetaceo.

 

Ci allontaniamo rapidamente dalla costa, verso Nord, sino a una zona dove spesso scelgono di mostrarsi. L’attesa sarà lunga, ma alla fine spuntano una, due, tre balene! Lentamente si avvicinano, permettendomi anche di rubare pochi, frettolosi scatti.

 

 

Mi resta il tempo per visitare il paesino, c’è persino un museo per i cicciocetacei, belle case, bella gente, anche se qua e là il posto sa un po’ di balena. Gironzolo e chiacchiero fino a sera, prima di dormire in un campeggio (!). Sono talmente sereno da risvegliarmi intontito dal troppo sonno, in ritardo, e con un gran sorriso ebete stampato in faccia.

 

 

 

 

 

 

 

 

Perché il Nord mi ha affascinato, stupito, a tratti congelato, preso a schiaffi, ma mi ha ricordato una dolce, piccola cosa: quando meno te lo aspetti, le cose si aggiustano.

O almeno, la pianta di fare un tempo di merda.

 

 

Condividi:
TAGS
ARTICOLI CORRELATI