Tutti i raggi d'Islanda
Iceland

Il diario di un incauto viaggio in bicicletta, percorrendo 1900 km in sella e tenda, fra fiordi, deserti, geyser, ghiacciai, inseguendo un'idea nata per caso, e alimentata in maniera piuttosto sconsiderata dal sottoscritto. Senza nessun allenamento o conoscenza tecnica, inizierò a pedalare, cercando con foto e parole di raccontarvi una 'nticchia della terra che calpesterò.

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Viaggio

Inseguendo un Van – terzo giorno d’Islanda (e poteva essere l’ultimo)

By on agosto 12, 2017

Il mio è un viaggio in bici e tenda. L’ultima cosa che mi sarei aspettato era ritrovarmi sul sedile posteriore di un 4×4, gridando e sbracciandomi come un ossesso, nel primo inseguimento della mia vita. Ma andiamo con ordine.
Lascio il boschetto di Hella sul presto, e oltrepasso una breve zona di fattorie fino a Hvolsvollur, un altro piccolo mucchio di case, dove però c’è una cosa fighissima: un centro stramoderno tutto di legno e tutto sui vulcani, sulle eruzioni, sui geyser, e queste cose esplosive. Ci sono persino ricostruzioni di vulcani in treD, con percorsi immersivi con tanto di suoni, animazioni, ecc.
Ok, si tratta di roba artificiale, ma è talmente curata che mi colpisce davvero. Anche se non mi posso permettere alcuna visita, do qualche sbirciata, zonzeggiando per il centro. Non per niente siamo vicino all’Hekla, la “Porta dell’Inferno” islandese, che ha eruttato un sacco di volte. Persino Leopardi (tra le altre cose scriveva anche), lo cita in una sua opera.
Torno sulla strada e dopo poco mi ritrovo in mezzo al nulla. Ma non nulla tipo  la campagna fuori Roma, proprio niente, completamente circondato da sassi e terra neri. È molto bello.

 

Dopo un po’ di pedalate, lascio la strada per seguire il  costone di un  altipiano, verso Nord. È il mio primo incontro con un tipo di paesaggio abbastanza frequente nel sud dell’Islanda: le Highlands si interrompono bruscamente nei pressi della costa, così l’acqua proveniente dai ghiacciai interni forma continue cascate. Un po’ come dell’acqua che cola da una pentola troppo piena. Arrivo ad una di queste, Selaljandfoss, particolare perchè puoi entrarci dentro, girarci attorno, e passarci sotto, ma l’ultima cosa la fai solo se sei parecchio tonto. Poco oltre, trovo Gljufurarbui, “La cascata nascosta”, anche questa stupenda.

 

 

 

 

Viene chiamata così perchè per vederla bisogna attraversare una stretta fenditura nella roccia e risalire il breve fiume interno. Alla fine, tra il fiume e l’acqua che salta dalla cascata, è esattamente come farsi una doccia, ma ne vale la pena.

Torno in sella, voglio giungere a Skògafoss per la notte ed attraversare un posto un po’ meno conosciuto. Abbandonando sempre la strada principale (che bisogna farci, nella vita è così che si trovano i posti più belli), mi addentro in un valico tra due montagne, sempre a Nord. La strada è sterrata e piena di sassi, così, più che pedalare, rimbalzo fino ad un ammasso di rocce, da dove parte un piccolo sentiero. Dopo poco tempo, mi appare davanti questa roba qua:

è una vera e propria piscina naturale fra le montagne. Gli islandesi hanno persino scavato uno spazio per cambiarsi e lasciare la propria roba. L’acqua è caldissima, ma non bollente, e dopo tanto pedalare,mi tuffo e lascio gambe e corpo in estasi per un po’ di tempo. L’acqua arriva da due rigagnoli caldissimi, scendono dalla montagna formando piccoli solchi. Non dirò il nome del posto, né come raggiungerlo. In realtà, gli islandesi non vogliono che questo piccolo paradiso diventi preda di masse di turisti, e sono piuttosto reticenti nel dire come arrivarci. Ma forse, googlando un pochino lo troverete. 

Torno sul sentiero, ed inizia la mia prima vera pioggia islandese. È proprio vero il detto “Se non ti piace il tempo in Islanda, aspetta cinque minuuti”. Nella fretta non avevo sigillato bene una borsa, così, maledicendo la mia tontaggine, inizio a rincorrere la bici prima che tutta l’attrezzatura si infradici d’acqua. Ripresa la sterrata, ricominciano i sobbalzi, e quasi arrivato sulla strada, mi accorgo che tutta la roba assicurata sopra la bici non c’è più. Tutto caduto per quei dannati sassi. Mi volto e di corsa torno sulla strada, tenendo gli occhi aperti per zaino e asciugamano. In lontananza, vedo un Van che mi viene incontro. Gli faccio cenno di fermarsi. È bellissimo, con dietro tante luci appese a delle corde, e delle coperte, perfetto per viaggiare. Chiedo ai ragazzi alla guida se hanno trovato un asciugamano e uno zaino, e mi restituiscono entrambi! Li saluto, con la traballante  promessa di incontrarli di nuovo a Skògafoss, dove forse passeranno la notte. Lo zaino si è aperto, ma non fa niente. Proseguo verso Skògafoss, deciso finalmente a raggiungerla. Effettivamente, però, una controllatina allo zaino è meglio darla.

Manca il portafogli.

Ora, io sono abbastanza sbadato e mi è capitato di perderlo altre volte, ma questa volta era un guaio. Soldi e documenti si erano volatilizzati, con tutto il tempo perso che questo avrebbe comportato, sarebbe stata la parola fine per il viaggio. Avevo due possibilità: proseguire fino a Skògafoss e chiedere ai ragazzi del Van (in effetti, non avevo menzionato il portafogli), o tornare indietro e cercarlo, con la pioggia e il tramonto imminenti. Scelgo la prima, e pedalo furiosamente fino a Skògafoss. intravedo la cascata, e due luci che se ne allontanano, nella direzione opposta alla mia. Sono loro! Scendo dalla bici e inizio a sbracciare e a gridargli di fermarsi, ma quei babbei interpretano male i miei gesti, mi salutano e proseguono. Inizio a rincorrerli di corsa, ma si allontanano sempre di più. Capisco che non li avrei  mai raggiunti.

Poi un’altra auto sbuca praticamente fuori dal nulla, e attratta dal casino che stavo facendo, si ferma. C’è una coppia, mi chiede se va tutto a posto. Non faccio in tempo a salire in macchina, che già gli ho detto di fare inversione ed inseguire quel van. È buio, è la strada principale, ma il tipo alla guida accelera. Non so se l’ha presa sul personale o se si sta divertendo, fatto sta che inizia una folle rincorsa fino a giungere alle calcagna del Van. Inizia a lampeggiare, ma non si fermano. Allora, con uno slancio di spericolatezza che non mi aspetto per nulla, li affianca in curva, io mi sporgo dal finestrino e ricomincio (tanto per cambiare) a gridare e a sbracciarmi.

Finalmente, rallentano e accostano. Hanno il portafogli.

Ritornando a Skògafoss, mi sembra di galleggiare. Non so se sono stato parecchio sfortunato o fortunato, forse entrambi, ma mi piace pensare la seconda. Saluto e ringrazio Maya e Elias per il primo inseguimento della mia vita, poi pianto la tenda.

La cascata l’ho vista il giorno dopo.

 

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