Tutti i raggi d'Islanda
Iceland

Il diario di un incauto viaggio in bicicletta, percorrendo 1900 km in sella e tenda, fra fiordi, deserti, geyser, ghiacciai, inseguendo un'idea nata per caso, e alimentata in maniera piuttosto sconsiderata dal sottoscritto. Senza nessun allenamento o conoscenza tecnica, inizierò a pedalare, cercando con foto e parole di raccontarvi una 'nticchia della terra che calpesterò.

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L'eredità dell'Islanda
Viaggio

Ereditare il mondo: il grande lascito dell’Islanda

By on gennaio 2, 2018

È finita. Il cancello di casa si chiude sulla più bella esperienza della mia vita. Testa e gambe sono le stesse della partenza, ma è nel lascito dell’Islanda  l’enorme, preziosissima differenza. Come disse qualcuno, non sei veramente fregato finché hai una storia da raccontare. Io adesso ne ho una in più, e poco importa se la racconterò o meno: è mia, e nessuno potrà mai portarmela via.

C’era una volta un ventenne, perso fra università, lavoro, amici, e una strana idea in testa, che doveva tenere a freno.
Ora, l’idea si chiamava Islanda, e il freno si chiamava soldi, così, pian piano, lasciava che il sogno si affievolisse.
Poi si è scassato il ginocchio per la seconda volta, e ha finalmente deciso.
Quattro mesi impossibili, tra libri, tavoli, mappe, esami, legna, piatti di ristorante, guide, tir, tutorial di fotografia e di viaggio, notti in bianco e tanto caffè. E ancora non bastava per raggiungere il gruzzolo necessario.
Così, abbandonava l’idea di quattro ruote e un motore a scoppio per un motore umano a due gambe, che andando a fagioli e noodles si preparava a percorrere 2000 km.
Ma l’universo aveva deciso di cospirare accanitamente contro di lui: la sua compagnia aveva la magnifica idea di far viaggiare l’aereo completamente vuoto, perdendo i bagagli di ogni passeggero, in uno dei più esilaranti disastri che il trasporto aereo ricordi.
Così, passava giorni sul pavimento dell’aeroporto. Viaggio in bilico, stava per tornare a casa, quando all’ultimo (per lui) giorno utile, bici e bagagli spuntavano magicamente fuori.
Era sbadato, perdeva cose e strada troppe volte. Troppe volte doveva imparare sul momento come riparare un pezzo, come risolvere un guasto, ecc. Troppe volte gli è mancata casa, specie nel Nord, quando un vento artico misto a pioggia e ghiaccio gli urlava in faccia per giornate intere. Dormiva in tenda, per strada, sul muschio, in stalle, case abbandonate, capannoni, pavimenti, una piccola grotta, sulle sponde di laghi e lagune. Un po’ dappertutto, insomma.
Eppure, poco a poco si accorgeva di non fronteggiare una sfida così grande, ma solo una serie di piccoli, problemi quotidiani. Un viaggio, alla fine, non è troppo diverso dalla vita di tutti i giorni.
La strada sembra lunga solo da lontano, così imparava a riposarsi, a non esagerare, a pianificare con cura il domani, a non aver troppa paura di freddo o vento (e ad averne per capre arrabbiate), a trovare amici dove sembra non possano esisterne, e a fregarsene di parecchie cose.
D’altronde, non importa se la tua meta non esiste (ancora?), se non riesci a trovarla, se il tuo cammino gira in tondo e ti sembra di ritornare sempre da dove sei partito.

A patto che tu abbia abbastanza occhi e cuore, per riempire la strada percorsa ogni giorno.
Fine dei fiocchetti per una storia già abbastanza decente.
?

 

 

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BASTA

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