Tutti i raggi d'Islanda
Iceland

Il diario di un incauto viaggio in bicicletta, percorrendo 1900 km in sella e tenda, fra fiordi, deserti, geyser, ghiacciai, inseguendo un'idea nata per caso, e alimentata in maniera piuttosto sconsiderata dal sottoscritto. Senza nessun allenamento o conoscenza tecnica, inizierò a pedalare, cercando con foto e parole di raccontarvi una 'nticchia della terra che calpesterò.

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Viaggio

Alti, bassi e assi – primo giorno d’Islanda

By on Agosto 9, 2017

Finalmente in sella. Esco dall’aeroporto e sono in strada, davanti a me c’è asfalto e tanta voglia di iniziare un viaggio rimandato troppe volte. Superata Keflavík, le abitazioni si diradano pian piano, sino a scomparire del tutto, lasciando il posto a qualche pecora. Le pecore e le sternie sono gli unici animali che incontro, ma mentre le prime sono simpatiche, le sternie sono piuttosto fastidiose. A volte, questi antipatici pennuti aggrediscono i passanti, mentre le pecore stanno per i fatti loro. Non ho mai sentito parlare di un’aggressione ad opera di una pecora, ora che ci penso. Mi addentro sempre più in un’area completamente deserta, o meglio, mi aesco, perchè non si può entrare in un posto dove non c’è niente, al massimo stai uscendo da qualche parte. Ecco, questo è il tipo di cose a cui si pensa mentre si pedala. A dirla tutta, qualcosa c’è: la terra è ricoperta da un sottile strato di vegetazione che la rende morbidissima. Una specie di deserto di gommapiuma, mi ci sono rotolato parecchio.

Attraverso senza fermarmi il paesino di pescatori di Grindavìk, quindi proseguo verso Est. Inizia una salita che mi porta all’interno di un valico spettacolare, c’è un sole non islandese ad illuminare il mare sullo sfondo, e si intravedono le Highlands a Nord. Sembra un film, infatti mentre passo ne stanno girando uno. Distratto da tanta bella roba, non mi accorgo che la ruota di dietro ha iniziato a ballare pericolosamente, finché non comincia anche a tintinnare. Mi giro e vedo che è completamente fuori asse.
Nonostante le mie leggendarie conoscenze meccaniche, non riesco a capirci un’acca, se non che è un bel problema, quando hai ancora 70 km da macinare. Proseguo, sperando di riuscire ad arrivare a Stokkseyri, dove avrei cercato un bicizziere.

 

Tuttavia, scelgo comunque di abbandonare la strada per due piste interne, una che porta alle Krisuvikurberg cliffs, delle scogliere magnifiche (ricordano le Moher in Irlanda), l’altra per l’area geotermale di Krisuvìk, dove tutto bolle, fuma, gorgoglia, e l’acqua non la puoi
toccare altrimenti ti scotti. Vorrei solo capire come facevano quei cavalli a berla. Misteri equini. Ritorno sulla strada e proseguo lungo la costa, dove mi aspetta tanta strada senza incontrare un solo povero cristo. La ruota tiene, ma ha iniziato a ballare furiosamente, e con i denti un po’ stretti proseguo sino a superare una piccola chiesa abbarbicata su una scogliera, quando noto sulla mia destra un cancello. Assolutamente inutile, dato che intorno non era affatto recintato. In Islanda è così, non esistono recinti, o muri,
e non esiste criminalità. Ad oggi, ho lasciato non so quante volte la mia bici e tutto quello che ho completamente incustoditi, anche a chilometri di distanza, e non è mai successo nulla. La prima volta, ho chiesto a un tipo islandese di darmi un’occhiata alla bici, e la risposta è stata “Why? We do not steal in Iceland”. Comunque, fuori da questo cancello c’erano due ragazze, mi fermo e iniziamo a chiacchierare, e ricordo. È Venerdì, per i successivi due giorni non avrei trovato nessun tipo di aiuto, e per la bici è un bel problemino. Le due sono molto gentili, mi invitano a stare a cena con la loro famiglia, e felicissimo di dimenticare il cibo in scatola, accetto. Mi raccontano la loro vita, cosa fanno e cosa vorrebbero fare, e già fanno un sacco di cose. Intendo, proprio, a mano. Un magazzino è completamente stipato di maglioni, cappelli, guanti, piccole opere d’arte, tutte realizzate da quei quattro.
Dopo la notte, sono pronto a ripartire. La bici è a posto, perché insieme a Gudmundur, padre delle due ragazze, tipico islandese con barba, baffi e cappello, riusciamo a mettere in sesto la ruota. In realtà, non ho idea di come abbiamo fatto. So solo che Gudmundur deve avere una certa passione per le G, perchè le sue due figlie si chiamano Gilly e Gerdur. Dev’essere per questo che le disegna in un modo particolare, aggiunge una stanghetta che scende verso il basso. E’ un bel modo per scrivere le g.

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