Tutti i raggi d'Islanda
Iceland

Il diario di un incauto viaggio in bicicletta, percorrendo 1900 km in sella e tenda, fra fiordi, deserti, geyser, ghiacciai, inseguendo un'idea nata per caso, e alimentata in maniera piuttosto sconsiderata dal sottoscritto. Senza nessun allenamento o conoscenza tecnica, inizierò a pedalare, cercando con foto e parole di raccontarvi una 'nticchia della terra che calpesterò.

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Viaggio

Ad Hella c’è una birra – secondo giorno d’Islanda

By on agosto 11, 2017

Mi sveglio e non capisco dove mi trovo. La luce, filtrata dalla tenda, fa sembrare tutto più chiaro, così ci metto un po’ a realizzare cosa è cosa, e cosa non lo è. Passo a salutare Gudmundur & Co., che insistono a volermi caricare di un cestino di uova fresche, e non sentono ragioni sulla molto probabile fine frittatosa che avrebbero trovato alla prima sterrata.
Sfrutto il bel sole continuando a pedalare lungo la costa, sino ad Eyarbakki. Un tratto di strada passa esattamente fra il mare ed un piccolo lago (o un altro pezzo di mare, non l’ho assaggiato), dove vedo una delle cose più strane del viaggio: 
ovviamente, una sosta è stata d’obbligo.

Solo, me la prendo un po’ troppo comoda, e prima che possa accorgermene si fa pomeriggio. Da Eyarbakki mi dirigo a verso Selfoss, dove entro finalmente nella Ring Road, il nastro d’asfalto che circonda tutta l’Islanda. Questo tratto è uno spasso, non c’è vento, solo un sole leggero che illumina qualche fattoria e le mandrie di cavalli.
Ce ne sono tantissimi, e visti così nel nulla, sembra quasi vivano allo stato Brado. Invece vivono in Islanda. Sono animali robusti, da vicino si notano i fasci di muscoli sotto la pelle, il che li rende davvero molto belli. E sono davvero docili, non dicono una parola, non abbaiano, niente.
Resto un po’ spiazzato da Selfoss, è un paese in piena regola, e dopo due giorni nel nulla ci metto un po’a digerirlo. L’hot dog che ho preso, invece, se n’è andato in un attimo. Torno in sella e nel nulla della Ring Road, proseguendo verso Est, e per quanto cerchi di affrettarmi, mi accorgo presto che non arriverò in un centro abitato prima che sia completamente buio.
Il paesaggio cambia lentamente, si fa più collinare, ma è sempre bellissimo. È bello proprio perchè non c’è assolutamente nulla, e quello che non c’è fa risaltare i prati, la terra, le rocce, la strada, le sternie. Una di queste sceglie di seguirmi per un po’, quindi passa all’attacco. Non so cosa sia venuto in mente a quel bipede idiota, fatto sta che comincia a volarmi sulla schiena
come impazzito, fino ad afferrare nel becco una piccola bandierina che portavo con me, e cercando di strappargliela via, si fa a pezzi. Pennuti a parte, arrivo a Uridafoss, che è semplicemente bellissima. L’acqua non compie mai dei salti vertiginosi, ma il letto del fiume è molto largo e irregolare, così i flutti si intrecciano fra loro, dando l’impressione che l’acqua arrivi da tutte le direzioni.
Lascio la cascata all’imbrunire, e proseguo nottetempo fino a piantare la tenda in un “boschetto” poco fuori Hella. Ad Hella c’è persino un bar, e mentre attraverso il piccolo ammasso di casupole noto una luce accesa. Entro per riscaldarmi un po’ le mani, e da seduto attacco discorso con Robeat, una delle quattro persone presenti: un insegnante indiano, un insegnante delle Mauritius, un musicista peruviano che vive a Milano, e un tipo strano su una bici che viene da Ariccia. Sembra una barzelletta, ma in Islanda succede anche questo. Robeat mi offre la mia prima birra Islandese, una Thule con una gradazione ridicola (2,5%), ma l’ho amata davvero. Chiacchieriamo un po’, poi riprendo a pedalare nella notte.

 

 

 

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